Housing First

Pubblicato in data 11 Dic, 2016 | 0 commenti

Casa:  «Costruzione eretta dall’uomo per abitarvi; l’abitazione di una persona sola o di una famiglia. Parola di origine latina

Di tutte le parole di origine latina la parola casa, nonostante in origine identificasse un’abitazione di origini modeste (capanna o casupola), ha avuto in sorte nella nostra lingua il significato più completo che si possa associare a questo oggetto. Un significato che non si ferma alla denotazione fisica di edificio, ma  vive nel connotato sentimentale, relazionale e spirituale. E’ la parola che meglio riesce a trasmettere l’idea di una abitazione vissuta, che si allarga, modifica e adatta a seconda delle necessità della famiglia che la abita. In questa ottica l’oggetto casa calza alla perfezione col concetto di identità. Quando si pensa alla casa non si pensa solo all’edificio in cui tornare, ma ad un contesto  cui apparteniamo, ad un posto sicuro o amato. Per queste ragioni la Costituzione riconosce il diritto alla casa come fondamentale.

«Una casa è fatta per abitarvi, non per essere guardata» – Francis Bacon


A voler ben vedere, sebbene presente sulla carta, non sempre questo diritto è garantito. Basta soffermarsi un attimo nelle nostre città per guardarsi attorno e rendersi conto di come sempre più persone, in questi anni di crisi, siano costrette a ricorrere a rifugi di fortuna. Persone la cui unica colpa è stata quella di aver compiuto scelte sbagliate o sfortunate in un contesto economico/politico che sicuramente non è dei più favorevoli.


Il modello Housing First

barboniDa alcuni anni, sempre più spesso, si sente parlare di Housing First e anche noi, operatori e volontari della Quercia, ci siamo interessati all’argomento partecipando a diverse formazioni con FEANTSA (Fédération Européenne d’Associations Nationales Travaillant avec les Sans-Abri), fio.PSD (Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora), Network Housing First Italia ed in Regione. Grazie a questi incontri abbiamo instaurato proficue relazioni con persone ed associazioni che si sono già imbarcate in questa avventura .

L’Housing First è un modello di intervento che nasce tra gli anni ’50 e ’60 negli Stati Uniti per affermarsi negli anni ’90 a New York, grazie a Sam Tsemberis con il programma Pathways to Housing , che si diffonde rapidamente nelle grandi municipalità degli Stati Uniti, tanto che nel 2009 il presidente Obama firma il decreto per l’assistenza emergenziale dei senza dimora e l’accesso veloce all’housing (parte del decreto «Helping Families Save Their Homes Act of 2009») riconoscendo il diritto alla casa come uno dei pilastri per la ripresa dalla crisi finanziaria («American Recovery and Investment Act of 2009» stanziava 1,5 miliardi di dollari)

In Europa i primi progetti risalgono al 2006, in Olanda prima (Discus Housing Firsts), in Scozia (Turning Pont Scotland), in Portogallo (Casa Primeiro), Danimarca (ACT), Ungheria (Pilisi Forest Project) e da qualche anno anche in Italia. Solo nella nostra Regione sono già attivi diversi progetti e sperimentazioni tra cui vanno ricordate le esperienze di Bologna (Comune di Bologna – Associazione Piazza Grande), Rimini (Comune di Rimini – Associazione Papa Giovanni XXIII) e Ravenna (Comune di Ravenna – Coop. Il Solco).

PovertàSi tratta di un sistema di intervento che si rivolge essenzialmente a senza dimora cronici e si pone in diretta contrapposizione al classico percorso a scalini (composto da accoglienza, permanenza in dormitori ed eventuale reinserimento in abitazioni) e che prevede l’inserimento di senza dimora all’interno di abitazioni indipendenti, in piena autonomia e libertà, passando direttamente dalla strada alla casa, mirando alla progressiva riconquista dell’autonomia personale e dei legami sociali. Al beneficiario non vengono fatte richieste particolari se non quella di partecipare ad incontri settimanali con gli operatori e la partecipazione alle spese per la casa in base al proprio reddito. Non c’è obbligo, solo un incoraggiamento, a partecipare a trattamenti sanitari o di disintossicazione ed in ogni caso i due percorsi, casa e recupero, sono tenuti distinti e separati. Alla base di questo approccio ci sono la fiducia e l’offerta di normalità che diventano il vero paracadute per gli homeless.

Secondo Juan Ornelas, fondatore di Casa Primeiro, che a Lisbona segue 50 senzatetto, i risultati sarebbero ottimi: nell’arco di sei mesi/un anno l’80% degli utenti taglia i legami con la strada ed il numero di ricoveri in reparti psichiatrici e dei trattamenti per alcoldipendenza crolla ma, soprattutto, tutti i partecipanti sentono di essere padroni delle loro scelte perchè sono loro a pagare l’affitto. Tutto questo con costi molto inferiori a quelli per l’inserimento in altre strutture.

A Bergamo il progetto Rolling Stones ha permesso al welfare lombardo di risparmiare dai 50 ai 100 euro al giorno per ogni utente. Per rendersene conto basta considerare la spesa per l’inserimento di un utente in una comunità di recupero per alcolisti o tossicodipendenti che viene a costare dagli 85 ai 125 euro giornalieri a fronte di una spesa di 25/30 euro per gli appartamenti.

Criticità dell’ Housing First in Italia

Dal confronto con operatori, che hanno già avviato dei percorsi di housing first, emergono tre principali criticità:

  • In Italia la mancanza di un reddito di cittadinanza è uno dei principali ostacoli alla realizzazione del progetto. Spesso i beneficiari sono persone con uno stato psico-fisico compromesso e quindi anche l’eventuale reinserimento nel mondo del lavoro, quando possibile, non è dei più semplici.

  • In tutte le altre esperienze europee c’è una partecipazione dello Stato e degli enti locali. In Italia questo ancora non c’è e si incontra una certa resistenza nel coinvolgere i servizi sanitari.

  • La difficoltà nel reperire alloggi, soprattutto sul libero mercato, dovuta alla resistenza dei proprietari ad affittare ad utenti considerati problematici, nonostante la garanzia, data dal progetto, di avere un affitto sicuro.

Il nostro impegno

Da anni la nostra Cooperativa, grazie al lavoro svolto con il Drop In, ha a che fare con il disagio sociale e la marginalità. Oltre il 50% dei nostri utenti sono senza dimora che, vuoi per scarsità di risorse, vuoi per dei requisiti troppo alti, non riescono a trovare risposta nei percorsi di accoglienza esistenti.

Per questi motivi stiamo cercando di realizzare un progetto pilota sul modello HousingFirst, iniziando con un numero esiguo di beneficiari, nella speranza di rompere il ghiaccio, dimostrando, prove alla mano, che i costi di gestione sono inferiori e che la ricaduta sarebbe di enorme beneficio per la società (diminuzione di ricorso a strutture mediche, degrado, delinquenza).

Il progetto è in fase di definizione e si stanno valutando le eventuali fonti di finanziamento.

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